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L’invidia è sempre negativa? Può davvero essere utile a qualcosa?

L’invidia è sempre negativa? Può davvero essere utile a qualcosa?

L’invidia ha, sia nel sentire comune, sia secondo alcuni autori, un’accezione negativa; l’invidia è legata al proprio disvalore (o, per meglio dire, alla percezione del proprio disvalore), alle proprie mancanze e porta con sé sentimenti di ostilità e rabbia verso l’altro, l’invidiato.

Questo è senza dubbio un aspetto dell’invidia, quell’aspetto dell’invidia che porta a vergognarsi quando la si prova, a cercare di non condividerla apertamente, a nasconderla e reprimerla. Una persona invidiosa, infatti, è considerata un “brutta” persona, da cui prendere le distanze.

Eppure, alzi la mano chi non ha mai provato invidia! Non saremo in tanti con la mano alzata; scommetto, quasi nessuno 😉

E non siamo “brutte” persone.

Questo perché l’invidia è un’emozione normale, sana (quando non diventa patologica e distruttiva) e, addirittura utile.

Utile perché anche l’invidia, come tutte le altre emozioni, può servirci a qualcosa: a mettere a fuoco un aspetto che sentiamo mancare nella nostra vita; a focalizzare meglio i nostri obiettivi; anche a fare i conti con ciò che non abbiamo ottenuto (pur avendolo desiderato molto), per ricordarci che dobbiamo lasciar andare e passare oltre.

L’invidia, dunque, fa soffrire chi la prova solo se non riuscirà a “farsene qualcosa” di utile, qualcosa che consenta di utilizzarla per migliorarsi e migliorare. Non esiste una persona “strutturalmente invidiosa”, “caratterialmente invidiosa”. Semmai, esistono persone che hanno costruito un’immagine di sé con scarso valore e che percepiscono di essere inferiori agli altri; per questo, nel confronto con gli altri, si sentono costantemente in difetto e provano invidia.

Superare questo impasse, che per giunta fa soffrire moltissimo le persone che ne sono vittima, significa sciogliere quei nodi che sottendono l’emozione dell’invidia, trasformarla in qualcosa di utile, comprendendone il messaggio, e porsi nuovi e più soddisfacenti obiettivi.

#invidia

#invidiapatologica

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#emozioni

#psicologia

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Cos’è l’effetto spettatore? Cosa succede quando, di fronte ad una emergenza, pur essendo in tanti non si interviene?

Questa dinamica fu studiata nel 1968 da Jhon M. Darley & Bibb Latané a seguito di un evento avvenuto a New York nel 1964, che sconvolse l’opinione pubblica.

Kitty Genovese è una ragazza che, rientrando a casa, viene pugnalata alle spalle da Winston Moseley, che però allarmato dalle grida dei vicini (che gli urlano qualcosa) in un primo momento scappa. La ragazza rimane agonizzante (ma viva) a terra e nessuno interviene in suo soccorso. Moseley torna poco dopo e la uccide.

Nessuno, pur avendo assistito all’aggressione, è sceso in strada per aiutare la povera Kitty.

Darley e Latanè sostengono che in questi casi le norme morali subiscono l’influenza della presenza delle altre persone che osservano, creando due effetti: il primo è la “diffusione della responsabilità”, ovvero una ridotta vergogna dal momento che nessuno è intervenuto, il secondo è il “dubbio” che qualcun altro sia intervenuto (pur senza averne la certezza).

Dall’ipotesi di partenza, i due autori hanno condotto un esperimento con alcuni studenti, coinvolti in una discussione di gruppo su altri temi. Quando un ragazzo (appositamente preparato) finge di sentirsi male, gli autori studiano tempi e modalità di soccorso che riceve e dimostrano quanto segue:

quando i ragazzi credevano di essere gli unici interlocutori della vittima, circa l’85% di loro interveniva, mentre quando sono consapevoli di essere in gruppo, solo il 35% di loro interviene.

La vittima ha quindi maggior probabilità di essere aiutata quando a essere presenti sono una o due persone, mentre questa probabilità cala quando ad assistere è un gruppo

Ci sono altre variabili in gioco nell’esperimento (come ad esempio i tempi di risposta, più o meno tempestivi) ma questo esperimento spiega gran parte degli eventi in cui, pur di fronte a delle brutali aggressioni, le persone in gruppo tendono a non sentire la pressione della responsabilità dell’evento; gli autori ci dicono anche che non significa che non si voglia intervenire ma che ci si trovi in una sorta di dubbio sul da farsi, che di fatto blocca l’azione.

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Differenza tra sentimenti ed emozioni.

ù

Quali sono le emozioni? Quali sono i sentimenti? Che differenza c’è tra loro?

Spesso si fa fatica a dare una definizione a ciò che proviamo; chiamiamo emozioni alcuni sentimenti e confondiamo le emozioni con ciò che proviamo a livello di sentimento.

Per fare chiarezza dobbiamo partire da una differenza fondamentale: le emozioni sono anteriori ai sentimenti. Ciò significa che prima proviamo una determinata emozione, in relazione ad un evento o situazione, e dopo proviamo un sentimento rispetto all’accaduto.

Le emozioni hanno un inizio ed una fine, i sentimenti sono ciò che resta di quel che abbiamo provato in termini di emozioni; sono più duratori nel tempo (sebbene soggetti a modificazioni).

Anche la loro origine fisiologica è differente: le emozioni hanno origine principalmente nel sistema limbico (il sistema più primitivo che possediamo) ovvero quello che ci aiuta, da sempre, nella sopravvivenza e che ci consente di reagire istintivamente di fronte ad un eventuale pericolo (attacco, fuga, congelamento). I sentimenti, invece, appartengono al lobo frontale, dove elaboriamo pensieri su ciò che è accaduto e ci orientiamo sul da farsi.

Facciamo un esempio: di fronte ad un pericolo si attivano una serie di reazioni fisiologiche (aumenta la frequenza cardiaca, aumenta la sudorazione, avverto la gola secca, i muscoli si irrigidiscono ecc) e provo un’emozione primaria di difesa, la paura; il sentimento che provo è la preoccupazione e la decisione che posso prendere è quella di fuggire, poiché il sentimento mi prepara all’azione.

Tra l’emozione e la formazione del sentimento vi è il pensiero, ovvero ciò che noi intendiamo e come interpretiamo quella specifica situazione. Le differenze nell’interpretazione (ovvero i pensieri) ci fanno comprendere perché alcuni, a fronte di una emozione universale, provano taluni sentimenti e agiscono in uno specifico modo, mentre altri si comportano diversamente. Questo avviene perché i sentimenti sono modellati dalle caratteristiche individuali e dalle esperienze personali.

Riconoscere le emozioni, i sentimenti e la differenza tra loro aiuta ad essere più consapevoli, a comprendere le cause delle proprie reazioni e atteggiamenti, a scegliere cosa coltivare e cosa da cui prendere le distanze, ad avere maggiore controllo sui propri comportamenti.

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il Genogramma in psicoterapia

Uno strumento utile durante un percorso di terapia: è il➡ GENOGRAMMA. Diverse persone mi chiedono cos’è, come si sviluppa, a cosa serve.

Proviamo a dare qualche info in più 🙂

Il #genogramma è stato proposto verso la fine degli anni ’70 da Bowen; si tratta di un diagramma (come in foto) che individua il ciclo vitale della famiglia circa legami, eventi e separazioni.

Nella fase di strutturazione (insieme al paziente) si individuano gli eventi ciclici e ripetitivi, cioè gli eventi che ciclicamente si sono susseguiti di generazione in generazione.

La sua funzione è doppia: può essere utile nella diagnosi (suggerendo domande, riflessioni e significati da sottoporre al paziente) e nell’intervento clinico vero e proprio (attraverso un “nuovo racconto” familiare, una nuova narrazione).

Il genogramma incorpora almeno tre generazioni; l’obiettivo è permettere al paziente di osservare il contesto dove si è sviluppata la sua famiglia, evidenziare gli eventi salienti e capire quali sono gli eventi che si ripetono all’interna di essa. Non si tratta di un semplice albero genealogico poichè affronta anche l’analisi delle relazioni e delle dinamiche familiari, ovvero un “ragionamento” sulle varie relazioni.

Il paziente porta spesso un carico (di valori, idee, modi di fare ecc) che lo appesantisce; ciascuno di noi è il frutto, oltre che di caratteristiche uniche, di almeno tre generazioni che ci hanno tramandato un modo di relazionarci, un modo di “stare al mondo”. Il genogramma è uno strumento che aiuta a vedere di cosa è composto questo carico e ad alleggerirlo, lasciando le cose disfunzionali e tenendo quelle funzionali.

#genogramma

#psicoterapia

#generazioni

#psicologia

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PERCHE’ LA SOLITUDINE FA PAURA? A COSA SERVE LA SOLITUDINE?

Possiamo dire che la solitudine si può collocare a un estremo o nell’altro di un continuum: da una parte abbiamo la solitudine vissuta come abbandono, separazione, perdita e vuoto, dall’altro lato la solitudine è vissuta come arricchimento e serenità.

Ma la vera distinzione non è tra essere soli e non essere soli, bensì tra essere soli e “sentirsi” soli (seppur in mezzo a tanta gente e, oggi, con tanto di connessione costante sui social).

Ciò significa che è la nostra personale percezIone a fare la differenza sul vissuto di solitudine e questo, per certi aspetti, ci restituisce il potere sulla questione.

La letteratura, la storia, la poesia ecc sono pieni di esempi in cui la solitudine viene narrata come status di grande nutrimento. Ne è un esempio il Gautama Buddha, che per raggiungere l’illuminazione spirituale praticò innumerevoli volte il cammino della solitudine o come la poesia di Giovanni Prati, “Isolamento”, tratta da Da “Memorie e lacrime” che racconta molto bene questo sentimento:

Amo il fiore se, germina soletto,

Più che se adorna di mill’altri il suolo;

Amo il ruscello, che per picciol letto

Passa ne’campi, e l’uccellin che il volo

Muta per poche fronde, e fuor del petto,

Versa cantando qualche antico duolo;

Ed amo l’astro che nell’aer schietto

Senz’altra compagnia brilla nel polo.

Amo la nuvoletta, che si tinge

d’una languida porpora, e non posa

Per l’ignoto desio che la sospinge;

Mi prende amor d’ogni isolata cosa,

Perché l’anima mia vi si dipinge

Isolata in eterno e dolorosa.

SOLITUDINE E CORPO

Marco Cacioppo, nel 2008, ha dimostrato, attraverso la diagnostica per immagini, che le persone che si sentivano sole attivavano la stessa area cerebrale di chi provava un dolore fisico; ciò significa che il sentirsi soli crea dei veri e propri effetti fisiologici sul nostro corpo.

Sono moltissimi gli effetti che la solitudine può provocare sulla salute fisica: problemi cardiaci, di memoria, cerebrali.

COSA FARE DUNQUE SE CI SENTE SOLI?

Imparare quali meccanismi mettiamo in campo nella relazione con gli altri ci aiuta a capire come “aggiustare il tiro”; evitare l’evitamento che, al di là del gioco di parole, ci aiuta ad uscire da circoli viziosi che ci fanno sentire sempre più isolati; scoprire la forza della solitudine, il lato migliore dello stare con se stessi, il nutrimento e la crescita che possiamo trovare nella solitudine e la scelta di relazioni di qualità (contro la mera quantità)

#solitudine

#sentirsisoli

#giovanniprati

#psicologia

#psicoterapia

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Sono troppo sensibile? Cosa significa essere TROPPO sensibili?

Le ricerche ci dicono che circa il 20% della popolazione è altamente sensibile (P.A.S.) o Highly Sensitive Person (HSP). Fu Elaine Aron negli anni 90 ad approfondire questa tematica parlandoci di alcune caratteristiche riscontrabili nelle persone altamente sensibili.

Le ricerche ci dicono che in queste persone sembra esserci un sistema nervoso che elabora più informazioni del normale o, per meglio dire, in maniera più profonda e complessa. In questo modo, oltre ai vantaggi di una maggiore apertura agli stimoli accrescitivi, potrebbe esserci un sovraccarico di stress e maggiore stanchezza.

Inoltre sono persone che empatizzano più facilmente di altri e che colgono dettagli delle situazioni in modo più accurato.

Al netto delle suddette caratteristiche, la domanda da cui partiamo (sono TROPPO sensibile?) nasconde un inganno. Il TROPPO sembra manifestare un’accezione negativa, un “difetto” da rivedere e modificare, un aspetto della persona che lascia emergere un “inciampo”. In verità la sensibilità può essere il valore aggiunto, la lente che consente di comprendere meglio cosa sta avvenendo, sia fuori che dentro se stessi; è necessario imparare a gestire le emozioni che emergono e utilizzarle al meglio per trasformare il tutto in una opportunità.

#personealtamentesensibili

#PAS

#empatia

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A cosa serve la vergogna?

Sembra strano ma anche la #vergogna ha la sua funzione; un’emozione catalogata nel pensiero comune come “negativa”, ha in realtà un senso di esistere e può esserci molto utile.

Vediamo in che modo.

Innanzitutto possiamo chiederci: da dove nasce la vergogna? Perché alcune persone provano frequentemente questa emozione ed altri no?

La vergogna è un’emozione che, assieme alla colpa ad esempio, ci caratterizza come esseri umani e ci distingue dagli animali; è considerata infatti un’emozione “sociale” e che richiede autoconsapevolezza. Lewis, nel suo lavoro “IL Sé a nudo: alle origini della vergogna”, scrive: “solo una persona gravemente disturbata non prova mai vergogna, finché l’uomo sarà un animale sociale inevitabilmente la sua vita conoscerà questo stato d’animo”

La vergogna nasce in stretta relazione con un senso di inadeguatezza, con un’idea di se stessi carenti e manchevoli.

Questa immagine di se stessi si costruisce nel tempo, attraverso l’interazione con l’ altro significativo, con le figure di riferimento dell’infanzia. Secondo l’originale teoria di Bowlby, la qualità del legame precoce dei bambini al loro caregiver primario dovrebbe essere vista come base per il loro modo di impegnarsi in interazioni con altre persone in età avanzata. Se il legame iniziale è andato male, sviluppando emozioni negative, e non è sicuro, questo avrà un significativo impatto negativo sulla vita sociale durante l’infanzia, l’adolescenza e anche l’età adulta (Sroufe 2005).

Uno stile di #attaccamento insicuro dunque, è caratterizzato da un atteggiamento genitoriale di svalutazione e critica nei confronti del bambino e questo lo porta a sentirsi inadeguato, pervaso pian piano dalla vergogna, che entrerà a far parte dell’immagine di se stesso.

COME SI MANIFESTA LA VERGOGNA?

Il nostro corpo è perfetto e la stretta relazione tra lui e le emozioni si mostra anche quando proviamo vergogna. Il rossore infatti, ha una spiegazione scientifica: l’adrenalina rilasciata in situazioni di stress determina la dilatazione dei vasi sanguigni, l’afflusso del sangue ai muscoli che serve per un comportamento di attacco/ fuga viene però bloccato e confluito sul viso e in altre parti del corpo che sono visibili determinando il tipico rossore.

MA A COSA SERVE DUNQUE LA VERGOGNA?

La vergogna è un messaggio, una comunicazione che diamo all’altro; arrossire, come detto sopra, ha una funzione anche sociale in quanto si è più predisposti a perdonare chi arrossisce per la vergogna a seguito di un’azione imbarazzante. Quando arrossiamo dunque, in un certo senso, stiamo comunicando la “resa”, la richiesta di non “infierire”.

SI PUO’ SUPERARE IL SENTIMENTO DELLA VERGOGNA?

Assolutamente si, attraverso alcuni step importanti. Il primo passo è riconoscerla e accettarla; imparare a comprendere quando si prova vergogna, perché si prova, cosa sta succedendo intorno a noi. Abbiamo detto che la vergogna è strettamente legata ad un senso di inadeguatezza, dunque il passo successivo è senza dubbio andare a vedere “dove” abbiamo costruito questa idea di noi stessi e modificarla, scoprendo invece risorse, punti di forza, competenze e qualità.

All’aumentare di una nuova idea di noi stessi, la vergogna finirà sulla sfondo, utile solo in alcune occasioni ma non più pervasiva nella nostra vita.

#vergogna

#emozioni

#psicologia

#attaccamento

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Cos’è la Fobia Sociale?

“Dottoressa ho ansia a parlare in pubblico”, oppure “Mi vergogno a mangiare con altre persone”, o ancora “Non riesco ad esibirmi in pubblico, intervenire a voce alta in un convegno, davanti ad altre persone”.

Alcune situazioni creano ansia a ciascuno di noi; parlare davanti a tante persone emoziona, e tutti abbiamo una quota di “ansia da prestazione”. Ciò che caratterizza una vera e propria fobia sociale è l’aspetto sproporzionato di tale ansia (che si teme possa essere visibile a tutti) e la presenza di paure infondate.

Questa viene definita una “fobia sociale semplice”, ovvero relativa a specifiche situazioni.

Se la fobia sociale viene generalizzata a tutte le situazioni sociali, si tende ad andare incontro ad un “disturbo evitante di personalità”, dove nel tentativo di rassicurare se stessi, si evitano tutte le situazioni che creano disagio con il risultato di incastrarsi in un circolo vizioso, dove evitando abbasso l’ansia ma allo stesso tempo riconfermo a me stesso di essere inadeguato.

La fobia sociale rientra quindi a pieno titolo nei disturbi d’ansia e sembra che circa il 13% delle persone nel corso della sua vita, presenta una fobia sociale; le donne sviluppano il disturbo nel 9% circa dei casi, mentre gli uomini nel 7% circa.

La psicoterapia aiuta il soggetto che soffre di fobia sociale a riorganizzare i propri schemi mentali, modificando i pensieri pervasivi e. attraverso una serie di prescrizioni e di esperienze emozionali correttive, aiutando il soggetto a sperimentare un nuovo modo di affrontare le situazioni.

#ansia

#fobiasociale

#disturboevitante

#psicoterapia

#psicologia

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EMDR E DIAGNOSI DI CANCRO

Il Dr. Hamer (ex primario di oncologia in una grande clinica tedesca) condusse un colossale lavoro di ricerca (su più di 7.000 pazienti) per arrivare alla conclusione che tutti i suoi pazienti ammalati di cancro, qualunque fosse l’organo colpito, avevano vissuto, nei mesi precedenti l’apparizione del tumore, quello che lui ha definito trauma o conflitto biologico vissuto nell’isolamento.

Egli ha scoperto inoltre che nel momento in cui si verifica il trauma vi è un’interruzione del campo elettromagnetico a livello del cervello.

Secondo questo autore, e molti altri ancora, certi conflitti, certi stati emotivi non totalmente espressi dalle parole, dalle emozioni, si rivelano attraverso il corpo. (P. Pupulin)

In italia ogni giorno abbiamo 600 diagnosi di cancro; in questi ultimi due anni, a fronte della scarsa possibilità di prevenzione a causa della pandemia, sono certamente molto meno le persone che sono arrivate ad una diagnosi. Ci aspettiamo nel breve-medio periodo un aumento esponenziale delle diagnosi, che abbracceranno tutte quelle drammaticamente perse durante due anni di Covid-19.

La diagnosi di malattia oncologica è spiazzante e angosciante. Ciò che le persone riportano è la percezione di una forte minaccia alla propria sopravvivenza.

Il percorso che la persona malata si trova a dover percorrere è colmo di insidie e ostacoli, fatto di terapie, visite, controlli, relazioni con medici e operatori sanitari; questa strada è spesso accompagnata da sentimenti di paura, tristezza, demotivazione. Si possono verificare reazioni ansiose e/o depressive e possiamo annoverare la diagnosi di malattia oncologica ad un trauma vero e proprio e, dunque, al possibile sviluppo di un disturbo post traumatico da stress, che porta con sé le reazioni dette sopra.

L’EMDR restituisce alla persona il senso di potere della propria vita; trasforma la sensazione di sentirsi perduti, impotenti e in balia degli eventi, o senza via di scampo, in una positiva ripresa del corso della propria esistenza, nella sensazione di poter gestire la situazione, di poter fare delle cose, di non essere “perduti”.

Le ricerche hanno ipotizzato che gli effetti funzionali della terapia EMDR possano rappresentare un’opzione di trattamento ideale nel setting di pazienti con tumore e conseguente disturbo post traumatico da stress (Carletto e Pagani, 2016 ). Gli autori suggeriscono che l’EMDR ha una comprovata capacità di normalizzare la disfunzione delle aree limbiche coinvolte nel disturbo da stress post-traumatico e nella depressione e potrebbe alleviare i pazienti dal carico psicologico associato al cancro.

#cancro

#malattiaoncologica

#disturboposttraumatico

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La depressione post-partum

I dati ci dicono che circa il 70% delle donne dopo il parto, manifesta sintomi associabili a una leggera depressione post partum, ma caratterizzati da transitorietà: il cosidetto Baby Blues

Il termine “Baby blues” è stato coniato dal pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott per definire i sintomi leggeri di depressione che spesso vive la donna nei primi giorni dopo il parto. Generalmente tende a risolversi spontaneamente entro circa due settimane. Questo stato di malessere passeggero è caratterizzato da umore instabile, crisi di pianto, stanchezza e tristezza, che tuttavia non alterano la capacità della donna di prendersi cura del proprio bambino

La vera e propria depressione post-partum o depressione post-natale (DPN), che invece sembra colpire circa il 10-20% delle donne, è più duratura e solitamente è caratterizzata da una serie di sintomi:

• sentimenti di tristezza

• senso di colpa

• ansia

• senso di inutilità

• difficoltà a concentrarsi e a prendere decisioni anche banali

• disturbi del sonno e dell’appetito

• pensieri suicidari o di morte

• perdita di interessi e mancanza di energie

Ci sono alcuni fattori che possono predisporre allo sviluppo di una depressione post partum; sono fattori di ordine biologico (mancanza di sonno, sbalzi ormonali ecc), psicologico (avere una bassa autostima, sentirsi spesso inadeguati ecc) e psicosociale (lo stato economico, la rete familaire ecc)

Uno studio statunitense condotto su quasi cinquemila madri e pubblicato sulla rivista scientifica Pediatrics, rivela che i sintomi della depressione post-partum possono essere rilevati anche fino a 36 mesi dalla nascita di un figlio. Nell’insieme, il 25.3 per cento delle donne studiate ha manifestato sintomi depressivi nei tre anni conseguenti al parto. Ragion per cui, sottolineano gli esperti, sarebbe opportuno estendere i controlli almeno ai primi 24 mesi successivi all’esito di una gravidanza.

La gravidanza implica profondissime trasformazioni nella vita di una donna, sia dal punto psicologico ed emotivo, sia dal punto di vista fisico/corporeo e di relazione con gli altri. Avere bisogno di tempo per adattarsi al nuovo ruolo e ri-costruirsi integrando la nuova identità di madre, può accadere a molte donne e non c’è nulla di inadeguato in tutto ciò. La rete che circonda la donna dovrebbe sostenere questo passaggio senza dare nulla per scontato (“sei mamma”, “sai come fare”, “usa l’istinto” ecc) poiché anche la relazione con il proprio figlio ha bisogno di tempo per essere costruita ed è necessaria una reciproca conoscenza per comprendere quali siano i bisogni del bambino. Piuttosto, se vi accorgete che una neo-mamma è in un momento di difficoltà e profonda tristezza, si sente inadeguata e colpevole, alleggerite il carico e suggerite un sostegno per far si che il disturbo non si strutturi sempre più, ma si possa intervenire a sostegno della donna, e del bambino, il prima possibile.

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(immagine dal web)