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Il colloquio in psicoterapia

Come può lo psicologo capire il mio problema e la mia personalità in 50 minuti di colloquio?

Vi meraviglierebbe sapere quante cose in 50 minuti di conversazione un professionista può comprendere. E non perché lo psicologo abbia una sfera di cristallo o capacità di indovino ma perché sarete voi a raccontargliele.

Esatto, sarete voi attraverso ciò che direte , ciò che tacerete, ciò che comunicherete con il comportamento non verbale e con quello paraverbale. Le vostre pause nel racconto, le vostre risate, i vostri silenzi, Sarà la vostra storia a permettergli di capire come vedete il mondo, come vi muovete nel mondo e nelle relazioni e la vostra visione di voi stessi.

I suoi strumenti e le sue competenze gli permetteranno di comprendere qual è il problema che state affrontando, in quali meccanismi vi incastrate, dove avete perso l’equilibrio, come potreste ritrovarlo, quali obiettivi terapeutici potreste porvi.

50 minuti possono essere ricchissimi di informazioni e rappresentare l’inizio di un viaggio straordinario di rinascita 💕

#percorsoosicoterapia

#primocolloquio

#unviaggiostraordinario

[immagine dal web]

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Quante sono le fobie?

Moltissime e possono essere suddivise per categorie:

le fobie legate agli animali (ragni, topi, serpenti, uccelli ecc); le fobie legate alle ferite, alla vista del sangue, agli aghi e affini; abbiamo poi le fobie legate a determinate situazioni come ad esempio i luoghi chiusi; le fobie situazionali legate all’ambiente come ad esempio il buio, le altezze ecc…

Ma quando possiamo dire di avere una vera e propria fobia? devono essere rispettati alcuni parametri:

– è una paura incontrollabile e sproporzionata rispetto al pericolo reale

– permane nel tempo e porta all’evitamento della situazione, oggetto ecc…

– il soggetto riconosce che la sua paura è eccessiva ma non può farne a meno e per questo motivo risente di un certo grado di disagio

Esistono anche una serie di segnali fisici legati alla fobia/paura; come sempre il corpo parla ed è in stretta connessione con la mente. I sintomi che i soggetti fobici riportano sono tachicardia, sudorazione, nausea, diarrea, senso di soffocamento, disturbi gastrici.

Per guarire dalle fobie non sempre è necessario comprendere dove e quando si sono strutturate; porre il focus sul qui ed ora e comprendere COME funzionano oggi, è la strada privilegiata per la risoluzione. Comprendere quali soluzioni sono state tentate e quali nuove alternative si possono adottare, è il percorso per il superamento delle fobie e del disagio che procurano.

#fobie

#fobiespecifiche

#aracnofobia#ornitofobia#cinofobia#acrofobia#idrofobia#Brontofobia#scotofobia#emofobia#Aviofobia#claustrofobia

#psicoterapia#psicoterapiastrategicointegrata#simonapierinipsicoterapeuta

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Revenge porn: la miniserie “Privacy”

Una miniserie tv che consiglio vivamente di vedere!

“Privacy” tratta del delicatissimo, e poco conosciuto, tema del revenge porn attraverso più storie. Le donne protagoniste sono diverse per età, caratteristiche fisiche e psicologiche, estrazione sociale ma si incontrano nello stesso punto di dolore: la mercificazione della propria vita privata.

Il tema centrale è uno, la diffamazione e la calunnia. Le emozioni che emergono però sono moltissime: l’imbarazzo, la vergogna, la colpa, la resa, la tristezza, il coraggio, la forza e l’accettazione del cambiamento. Il tutto amaramente condito da una buona dose di violenza di genere.

In un mondo veloce come il nostro, dove tutto accade sul web e attraverso il web, dovremmo riscoprire la delicatezza, il rispetto dell’altro, la gentilezza e il giusto riserbo, la calma e l’empatia, perché alcuni atti presi con superficialità possono creare danni gratuiti, immeritati e irrimediabili, fino al suicidio.

📌E mentre aspettiamo che la natura umana diventi migliore di come a volte siamo costretti a raccontarla, fate tutti i video che desiderate fare MA cercate di averne voi il pieno controllo (sul vostro telefono, con i vostri dispositivi ecc); perché oggi vi sembra la persona più affidabile del mondo ma domani le cose potrebbero cambiare, tutelatevi nel frattempo.

📌📌Infine, se sei stat* vittima di revenge porn, qualcuno ha diffuso senza il tuo consenso sul web video intimi che ti riguardano, puoi chiedere aiuto, tra gli altri, a #permessonegato ( una no-profit di promozione sociale che si occupa del supporto tecnologico e di Feedback Legale alle vittime di Pornografia Non-Consensuale e di violenza online e attacchi di odio )

#privacy

#revengeporn

#diffamazione#mercificazione#calunnia

#miniserie#netflix

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Cos’è la NOMOFOBIA? Sono dipendente dal cellulare?

Cos’è la NOMOFOBIA? Sono dipendente dal cellulare?

Intendiamo per Nomofobia l’ansia dall’essere disconnessi, non essere on line o rintracciabili. Il nome deriva dall’abbreviazione anglosassone NO-MOBILE-PHOBIA.

I sintomi che descrivono la condizione di Nomofobia sono sostanzialmente tre:

– Entrare in uno stato di ansia e agitazione nel momento in cui ci si accorge di non essere rintracciabili (o quando il cellulare si sta scaricando e non si ha la possibilità di ricaricare il dispositivo)

– Costante controllo delle informazioni che gli altri condividono

– Numero importante di ore trascorse con il cellulare e, soprattutto, la presenza massiccia del dispositivo anche in situazioni inappropriate (anche per verificare eventuali messaggi persi)

la Nomofobia non è ufficialmente riconosciuta come disturbo dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Questo tipo di paura si può far rientrare nella categoria relativa alla “fobia situazionale specifica”

COSA SUCCEDE ALLE PERSONE QUANDO AVVERTONO LA CARENZA DEL CELLULARE E IL BISOGNO DI CONNETTERSI?

Ce lo spiega una ricerca molto interessante di Greenfield e Davis condotta nel 2002 negli Stati Uniti; dal punto di vista delle neuroscienze, ciò che accade di fronte alla manifestazione della dipendenza da cellulare è la stessa cosa che accade in tutte le altre forme di dipendenza: una interferenza nella produzione di dopamina (ricordo che la dopamina è un neurotrasmettitore che regola il circuito celebrale della ricompensa). Dunque, ogni volta che ricorriamo al controllo del cellulare, si alza il livello di dopamina (che ci dà benessere) e ci incastra in un circolo di dipendenza alla ricerca di nuova dopamina di lì a poco. Questo è il circolo della dipendenza dal punto di vista delle neuroscienze.

COSA ACCADE A LIVELLO PSICOLOGICO?

Di fondo si può ragionare su alcune carenze affettive che vengono colmate con la ricerca di contatto on line; la trappola scatta quando in realtà la gratificazione di una notifica o di un messaggio è assolutamente passeggera, per cui si sente il bisogno di nuove gratificazioni, in un circolo di dipendenza

COSA SI PUO’ FARE?

Si può reimparare l’uso del cellulare, abituandosi pian piano ad un utilizzo più equilibrato; si possono sostituire gli stati di ansia, agitazione e controllo con pensieri più funzionali; si può scoprire il valore ed i vantaggi della “disconnessione”, sostituendoli al bisogno di “presenza” assidua in rete

#nomofobia

#psicologia

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#psicoterapia

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L’invidia è sempre negativa? Può davvero essere utile a qualcosa?

L’invidia è sempre negativa? Può davvero essere utile a qualcosa?

L’invidia ha, sia nel sentire comune, sia secondo alcuni autori, un’accezione negativa; l’invidia è legata al proprio disvalore (o, per meglio dire, alla percezione del proprio disvalore), alle proprie mancanze e porta con sé sentimenti di ostilità e rabbia verso l’altro, l’invidiato.

Questo è senza dubbio un aspetto dell’invidia, quell’aspetto dell’invidia che porta a vergognarsi quando la si prova, a cercare di non condividerla apertamente, a nasconderla e reprimerla. Una persona invidiosa, infatti, è considerata un “brutta” persona, da cui prendere le distanze.

Eppure, alzi la mano chi non ha mai provato invidia! Non saremo in tanti con la mano alzata; scommetto, quasi nessuno 😉

E non siamo “brutte” persone.

Questo perché l’invidia è un’emozione normale, sana (quando non diventa patologica e distruttiva) e, addirittura utile.

Utile perché anche l’invidia, come tutte le altre emozioni, può servirci a qualcosa: a mettere a fuoco un aspetto che sentiamo mancare nella nostra vita; a focalizzare meglio i nostri obiettivi; anche a fare i conti con ciò che non abbiamo ottenuto (pur avendolo desiderato molto), per ricordarci che dobbiamo lasciar andare e passare oltre.

L’invidia, dunque, fa soffrire chi la prova solo se non riuscirà a “farsene qualcosa” di utile, qualcosa che consenta di utilizzarla per migliorarsi e migliorare. Non esiste una persona “strutturalmente invidiosa”, “caratterialmente invidiosa”. Semmai, esistono persone che hanno costruito un’immagine di sé con scarso valore e che percepiscono di essere inferiori agli altri; per questo, nel confronto con gli altri, si sentono costantemente in difetto e provano invidia.

Superare questo impasse, che per giunta fa soffrire moltissimo le persone che ne sono vittima, significa sciogliere quei nodi che sottendono l’emozione dell’invidia, trasformarla in qualcosa di utile, comprendendone il messaggio, e porsi nuovi e più soddisfacenti obiettivi.

#invidia

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#emozioni

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#simonapierinipsicoterapeuta

Foto di ArtHouse Studio

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Cos’è l’effetto spettatore? Cosa succede quando, di fronte ad una emergenza, pur essendo in tanti non si interviene?

Questa dinamica fu studiata nel 1968 da Jhon M. Darley & Bibb Latané a seguito di un evento avvenuto a New York nel 1964, che sconvolse l’opinione pubblica.

Kitty Genovese è una ragazza che, rientrando a casa, viene pugnalata alle spalle da Winston Moseley, che però allarmato dalle grida dei vicini (che gli urlano qualcosa) in un primo momento scappa. La ragazza rimane agonizzante (ma viva) a terra e nessuno interviene in suo soccorso. Moseley torna poco dopo e la uccide.

Nessuno, pur avendo assistito all’aggressione, è sceso in strada per aiutare la povera Kitty.

Darley e Latanè sostengono che in questi casi le norme morali subiscono l’influenza della presenza delle altre persone che osservano, creando due effetti: il primo è la “diffusione della responsabilità”, ovvero una ridotta vergogna dal momento che nessuno è intervenuto, il secondo è il “dubbio” che qualcun altro sia intervenuto (pur senza averne la certezza).

Dall’ipotesi di partenza, i due autori hanno condotto un esperimento con alcuni studenti, coinvolti in una discussione di gruppo su altri temi. Quando un ragazzo (appositamente preparato) finge di sentirsi male, gli autori studiano tempi e modalità di soccorso che riceve e dimostrano quanto segue:

quando i ragazzi credevano di essere gli unici interlocutori della vittima, circa l’85% di loro interveniva, mentre quando sono consapevoli di essere in gruppo, solo il 35% di loro interviene.

La vittima ha quindi maggior probabilità di essere aiutata quando a essere presenti sono una o due persone, mentre questa probabilità cala quando ad assistere è un gruppo

Ci sono altre variabili in gioco nell’esperimento (come ad esempio i tempi di risposta, più o meno tempestivi) ma questo esperimento spiega gran parte degli eventi in cui, pur di fronte a delle brutali aggressioni, le persone in gruppo tendono a non sentire la pressione della responsabilità dell’evento; gli autori ci dicono anche che non significa che non si voglia intervenire ma che ci si trovi in una sorta di dubbio sul da farsi, che di fatto blocca l’azione.

#effettospettatore

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#psicologia

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Differenza tra sentimenti ed emozioni.

ù

Quali sono le emozioni? Quali sono i sentimenti? Che differenza c’è tra loro?

Spesso si fa fatica a dare una definizione a ciò che proviamo; chiamiamo emozioni alcuni sentimenti e confondiamo le emozioni con ciò che proviamo a livello di sentimento.

Per fare chiarezza dobbiamo partire da una differenza fondamentale: le emozioni sono anteriori ai sentimenti. Ciò significa che prima proviamo una determinata emozione, in relazione ad un evento o situazione, e dopo proviamo un sentimento rispetto all’accaduto.

Le emozioni hanno un inizio ed una fine, i sentimenti sono ciò che resta di quel che abbiamo provato in termini di emozioni; sono più duratori nel tempo (sebbene soggetti a modificazioni).

Anche la loro origine fisiologica è differente: le emozioni hanno origine principalmente nel sistema limbico (il sistema più primitivo che possediamo) ovvero quello che ci aiuta, da sempre, nella sopravvivenza e che ci consente di reagire istintivamente di fronte ad un eventuale pericolo (attacco, fuga, congelamento). I sentimenti, invece, appartengono al lobo frontale, dove elaboriamo pensieri su ciò che è accaduto e ci orientiamo sul da farsi.

Facciamo un esempio: di fronte ad un pericolo si attivano una serie di reazioni fisiologiche (aumenta la frequenza cardiaca, aumenta la sudorazione, avverto la gola secca, i muscoli si irrigidiscono ecc) e provo un’emozione primaria di difesa, la paura; il sentimento che provo è la preoccupazione e la decisione che posso prendere è quella di fuggire, poiché il sentimento mi prepara all’azione.

Tra l’emozione e la formazione del sentimento vi è il pensiero, ovvero ciò che noi intendiamo e come interpretiamo quella specifica situazione. Le differenze nell’interpretazione (ovvero i pensieri) ci fanno comprendere perché alcuni, a fronte di una emozione universale, provano taluni sentimenti e agiscono in uno specifico modo, mentre altri si comportano diversamente. Questo avviene perché i sentimenti sono modellati dalle caratteristiche individuali e dalle esperienze personali.

Riconoscere le emozioni, i sentimenti e la differenza tra loro aiuta ad essere più consapevoli, a comprendere le cause delle proprie reazioni e atteggiamenti, a scegliere cosa coltivare e cosa da cui prendere le distanze, ad avere maggiore controllo sui propri comportamenti.

#sentimenti#emozioni#psicologia#differenze#sistemalimbico#atteggiamenti#comportamenti#pensieri#

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il Genogramma in psicoterapia

Uno strumento utile durante un percorso di terapia: è il➡ GENOGRAMMA. Diverse persone mi chiedono cos’è, come si sviluppa, a cosa serve.

Proviamo a dare qualche info in più 🙂

Il #genogramma è stato proposto verso la fine degli anni ’70 da Bowen; si tratta di un diagramma (come in foto) che individua il ciclo vitale della famiglia circa legami, eventi e separazioni.

Nella fase di strutturazione (insieme al paziente) si individuano gli eventi ciclici e ripetitivi, cioè gli eventi che ciclicamente si sono susseguiti di generazione in generazione.

La sua funzione è doppia: può essere utile nella diagnosi (suggerendo domande, riflessioni e significati da sottoporre al paziente) e nell’intervento clinico vero e proprio (attraverso un “nuovo racconto” familiare, una nuova narrazione).

Il genogramma incorpora almeno tre generazioni; l’obiettivo è permettere al paziente di osservare il contesto dove si è sviluppata la sua famiglia, evidenziare gli eventi salienti e capire quali sono gli eventi che si ripetono all’interna di essa. Non si tratta di un semplice albero genealogico poichè affronta anche l’analisi delle relazioni e delle dinamiche familiari, ovvero un “ragionamento” sulle varie relazioni.

Il paziente porta spesso un carico (di valori, idee, modi di fare ecc) che lo appesantisce; ciascuno di noi è il frutto, oltre che di caratteristiche uniche, di almeno tre generazioni che ci hanno tramandato un modo di relazionarci, un modo di “stare al mondo”. Il genogramma è uno strumento che aiuta a vedere di cosa è composto questo carico e ad alleggerirlo, lasciando le cose disfunzionali e tenendo quelle funzionali.

#genogramma

#psicoterapia

#generazioni

#psicologia

#simonapierinipsicoterapeuta

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PERCHE’ LA SOLITUDINE FA PAURA? A COSA SERVE LA SOLITUDINE?

Possiamo dire che la solitudine si può collocare a un estremo o nell’altro di un continuum: da una parte abbiamo la solitudine vissuta come abbandono, separazione, perdita e vuoto, dall’altro lato la solitudine è vissuta come arricchimento e serenità.

Ma la vera distinzione non è tra essere soli e non essere soli, bensì tra essere soli e “sentirsi” soli (seppur in mezzo a tanta gente e, oggi, con tanto di connessione costante sui social).

Ciò significa che è la nostra personale percezIone a fare la differenza sul vissuto di solitudine e questo, per certi aspetti, ci restituisce il potere sulla questione.

La letteratura, la storia, la poesia ecc sono pieni di esempi in cui la solitudine viene narrata come status di grande nutrimento. Ne è un esempio il Gautama Buddha, che per raggiungere l’illuminazione spirituale praticò innumerevoli volte il cammino della solitudine o come la poesia di Giovanni Prati, “Isolamento”, tratta da Da “Memorie e lacrime” che racconta molto bene questo sentimento:

Amo il fiore se, germina soletto,

Più che se adorna di mill’altri il suolo;

Amo il ruscello, che per picciol letto

Passa ne’campi, e l’uccellin che il volo

Muta per poche fronde, e fuor del petto,

Versa cantando qualche antico duolo;

Ed amo l’astro che nell’aer schietto

Senz’altra compagnia brilla nel polo.

Amo la nuvoletta, che si tinge

d’una languida porpora, e non posa

Per l’ignoto desio che la sospinge;

Mi prende amor d’ogni isolata cosa,

Perché l’anima mia vi si dipinge

Isolata in eterno e dolorosa.

SOLITUDINE E CORPO

Marco Cacioppo, nel 2008, ha dimostrato, attraverso la diagnostica per immagini, che le persone che si sentivano sole attivavano la stessa area cerebrale di chi provava un dolore fisico; ciò significa che il sentirsi soli crea dei veri e propri effetti fisiologici sul nostro corpo.

Sono moltissimi gli effetti che la solitudine può provocare sulla salute fisica: problemi cardiaci, di memoria, cerebrali.

COSA FARE DUNQUE SE CI SENTE SOLI?

Imparare quali meccanismi mettiamo in campo nella relazione con gli altri ci aiuta a capire come “aggiustare il tiro”; evitare l’evitamento che, al di là del gioco di parole, ci aiuta ad uscire da circoli viziosi che ci fanno sentire sempre più isolati; scoprire la forza della solitudine, il lato migliore dello stare con se stessi, il nutrimento e la crescita che possiamo trovare nella solitudine e la scelta di relazioni di qualità (contro la mera quantità)

#solitudine

#sentirsisoli

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#psicologia

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Sono troppo sensibile? Cosa significa essere TROPPO sensibili?

Le ricerche ci dicono che circa il 20% della popolazione è altamente sensibile (P.A.S.) o Highly Sensitive Person (HSP). Fu Elaine Aron negli anni 90 ad approfondire questa tematica parlandoci di alcune caratteristiche riscontrabili nelle persone altamente sensibili.

Le ricerche ci dicono che in queste persone sembra esserci un sistema nervoso che elabora più informazioni del normale o, per meglio dire, in maniera più profonda e complessa. In questo modo, oltre ai vantaggi di una maggiore apertura agli stimoli accrescitivi, potrebbe esserci un sovraccarico di stress e maggiore stanchezza.

Inoltre sono persone che empatizzano più facilmente di altri e che colgono dettagli delle situazioni in modo più accurato.

Al netto delle suddette caratteristiche, la domanda da cui partiamo (sono TROPPO sensibile?) nasconde un inganno. Il TROPPO sembra manifestare un’accezione negativa, un “difetto” da rivedere e modificare, un aspetto della persona che lascia emergere un “inciampo”. In verità la sensibilità può essere il valore aggiunto, la lente che consente di comprendere meglio cosa sta avvenendo, sia fuori che dentro se stessi; è necessario imparare a gestire le emozioni che emergono e utilizzarle al meglio per trasformare il tutto in una opportunità.

#personealtamentesensibili

#PAS

#empatia

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#psicologia

#psicoterapia

#simonapierinipsicoterapeuta

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