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Il disturbo da accumulo

I due disposofobici più celebri, che per primi portarono agli onori della cronaca la patologia, furono due ricchi fratelli newyorkesi: Langley e Homer Lusk Collyer. Nel 1933, cominciò il loro isolamento dall’esterno, quando Homer divenne cieco a causa di un’emorragia oculare. Il fratello minore, Langley, lasciò il suo lavoro di rivenditore di pianoforti, per dedicarsi alla cura di Homer. Nel 1947 furono rinvenuti cadaveri in una casa piena di cianfrusaglie, scatole, pile di giornali, vecchi ombrelli e 14 pianoforti, per un totale di 150 tonnellate di oggetti, protetti da trappole esplosive contro gli intrusi. I Vigili del Fuoco di New York usano tuttora il codice “Dimora Collyer” per indicare una chiamata nell’abitazione di un “accumulatore”

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Psicosomatica: quando il corpo parla

E’ oramai appurato da moltissime ricerche nel campo, che corpo e mente siano in stretta relazione, al punto che spesso è proprio il corpo a suggerire il disagio psico-emotivo.

Esistono alcuni sintomi caratteristici che riportano l’attenzione alla dimensione mentale, dove vi è una stretta relazione tra disturbo/segnale del corpo e disturbo della mente:

  • nel mal di testa ad esempio, spesso tensioni muscolari scatenano cefalea, emicrania ecc…
  • nei disturbi gastrointestinali (gastrite, colite ecc)
  • nelle malattie psicosomatiche come la psoriasi, l’alopecia, la dermatite ecc..
  • nelle problematiche cardiovascolari (palpitazioni, tachicardia ecc..)

ciò accade perchè il dolore ha una funzione, il corpo ci avvisa con un allarme, ovvero con un segnale di pericolo, che qualcosa non va (a livello fisico o psicologico)

“Noi siamo il nostro corpo e il nostro corpo è la nostra casa: tutti i “rumori” derivano da qualcosa che si sposta dentro di noi e che cerca una giusta collocazione. Ciò genera dolore fisico, fastidio e malessere e ha un significato: la voglia di cambiare. I nostri muscoli ci hanno costruito, le nostre ossa ci hanno sostenuto, la nostra carne ci ha protetto, i nostri vasi ci hanno nutrito, la nostra cute ci ha rivestito. Le parti del nostro corpo ci conoscono, ci hanno ascoltato, hanno sentito i nostri bisogni e vibrato le nostre paure, dunque sanno tutto di noi. Siamo noi che non conosciamo il nostro corpo.” (Centrodr.it)

Si definiscono disturbi psicosomatici tutte le problematiche manifestate da una persona che, dopo una diagnosi differenziale, non sono riconducibili a disturbi organici o di simulazione. Il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-V) include in questa categoria il disturbo da sintomi somatici, il disturbo da ansia di malattia, il disturbo di conversione, il disturbo fittizio, i fattori psicologici che influenzano altre condizioni mediche.

Secondo il DSM-5, per formulare una diagnosi di disturbo da sintomi somatici è necessaria la presenza di almeno un sintomo somatico capace di creare forti limitazioni nella vita di tutti i giorni per un periodo
di almeno sei mesi.
Al sintomo somatico devono associarsi
almeno una delle seguenti risposte psicologiche o comportamentali:
a) pensieri eccessivi riguardanti la gravità
dei sintomi;
b) elevati e persistenti livelli di ansia o
impiego eccessivo di tempo e di energie spese a causa delle preoccupazioni
per il proprio stato di salute

Oggi, più che in passato, non si fa diagnosi di disturbo psicosomatico solo sulla base dell’assenza di una diagnosi medica, bensì ci si orienta più su una serie di pensieri, emozioni e comportamenti che accompagnano il disturbo e che rappresentano segnali positivi che orientano ad una diagnosi di questo tipo.

COME SI TRATTANO DISTURBI PSICOSOMATICI?

L’APA (American Psychiatric Association) per il disturbo da sintomi somatici raccomanda «un trattamento che aiuti a controllare i sintomi e aiuti la persona a funzionare nella maniera più normale possibile. Questo comporta l’avere visite regolari con un professionista di fiducia che possa fornire supporto, rassicurazione, monitoraggio dei sintomi, evitando eccessivo ricorso a test e trattamenti non necessari. La psicoterapia può aiutare il cambiamento individuale dei pensieri e dei comportamenti, attraverso l’apprendimento di nuove strategie per gestire il dolore, lo stress e migliorare il proprio funzionamento».

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Foto di Julia Kuzenkov

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“NON IMPORTA COSA DICI, MA COME LO DICI”

Quando comunichiamo con qualcuno, ciò che diciamo con le parole ha un impatto sul messaggio pari solo al 7%.

7% è dunque la responsabilità delle parole sul messaggio finale che arriverà al nostro interlocutore; le parole sono importanti, fondamentali e devono essere scelte con accuratezza e precisione, ma che succede al restante 93% del messaggio che cerchiamo di comunicare?

Il 55% di ciò che stiamo dicendo, lo comunicheremo con il non verbale, ovvero tutto ciò che riguarda la mimica, non solo facciale ma di tutto il nostro corpo; il restante 38% arriverà attraverso la comunicazione paraverbale, ovvero il ritmo della nostra voce, il timbro e il volume che useremo ecc…

Questo significa che, pur volendo, “non si può non comunicare” (come specificato da Watzlawick e colleghi, nel primo assioma della comunicazione umana) poichè ogni cosa che facciamo (i sorrisi, i silenzi, gli sguardi ecc…) comunicano qualcosa all’altro.

Spesso non ne siamo consapevoli (e nascono qui anche molte incomprensioni all’interno delle relazioni) ma iniziare con sguardo curioso a guardarsi intorno, può essere un primo passo per rendersi conto di quanti messaggi (a volte contraddittori) riceviamo ed inviamo, che vanno ben al di là di ciò che “diciamo”

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(foto di Arkhod)

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Arte e solitudine

“Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la tristezza, l´estrema solitudine “. Vincent van Gogh. In uno di questi campi, di lì a pochi giorni, si sparerà, e morirà due giorni dopo.

Il mondo dell’arte è colmo di racconti di sofferenze e disturbi; tra questi vi è senza dubbio il lavoro di Van Gogh (Campo di grano con corvi) che, oltre le diverse diagnosi psichiatriche ricevute (per giunta mai unanimi), mette su tela il più profondo sentimento di solitudine che prova in quel periodo della sua vita.

Il senso di smarrimento che la solitudine può portare, proprio come raffigurato dall’artista in quella strada senza direzione, è legato alla sensazione di non avere i contatti sociali desiderati. Non si tratta di una “sana” solitudine, intesa come uno spazio individuale inviolabile e come la capacità di “stare soli ma senza sentirsi soli”; si tratta piuttosto di un ritiro sociale quando si percepisce di non avere legami soddisfacenti. Spesso questo porta anche ad un’idea di se stessi come inadeguati, non capaci, non interessanti ecc…

Chiudersi aumenta la diffidenza nell’altro e ciò porta ad ancor maggiore chiusura e diffidenza, in un circolo vizioso che può essere senza fine.

I ricercatori hanno scoperto che il cervello delle persone sole percepisce le minacce sociali automaticamente e più rapidamente rispetto a chi non vive in solitudine, dimostrando così come le persone nella solitudine (prolungata, cronica) si trovino in uno stato di costante allerta.

Al netto dei differenti tipi di solitudine (esistenziale, emotiva, sociale, adolescenziale, in età adulta ecc…) rimane la riflessione che, come esseri sociali, abbiamo la necessità dell’incontro, dello scambio, della protezione dell’altro e questo richiede di entrare in relazione (amicale, di coppia, di gruppo ecc…) e costruire quel legame che possa portare ad uscire da quel circolo vizioso detto sopra e riporti la dimensione della solitudine ad una sana scelta (e non un disagio) di stare, a volte, soli con se stessi.

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(Immagine dal web)

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A quante emozioni riuscite a pensare?

Spesso quando chiedo ai miei pazienti quale emozione accompagna ciò che mi stanno raccontando, faticano a trovare il nome dell’emozione. Questo è più che comprensibile; innanzitutto non siamo “addestrati” (fin da bambini) a riconoscere e dare un nome alle emozioni, per giunta spesso non le contattiamo proprio perchè questo è un esercizio solo apparentemente semplice ma nella realtà molto complesso, che richiede la capacità di sapersi ascoltare, saper interpretare, saper nominare (e poi, saper utilizzare quella emozione).

Ma quante emozioni esistono?

Sicuramente abbiamo (e conosciamo tutti) le emozioni primarie (o universali): felicità, paura, rabbia, disgusto, tristezza e sorpresa. Queste emozioni sono state confermate da studi e ricercatori in tutto il mondo con metodologie diverse.

Ma una recente ricerca pubblicata sulla rivista scientifica statunitense Proceedings of the National Academy of Sciences (organo ufficiale della United States National Academy of Sciences – 2017) di Dacher Keltner e Alan S. Cowen della University of California di Berkeley sostiene che sia possibile identificare 27 diverse emozioni dell’essere umano e che queste siano connesse tra loro.

*È importante sottolineare che i partecipanti all’esperimento erano tutti americani, si aspettano quindi altre ricerche per affermare l’universalità delle emozioni individuate, sebbene gli studi precedenti abbiano dimostrato che non dovrebbero esserci grandi differenze tra etnie.

Le 27 emozioni individuate sono le seguenti: ammirazione, adorazione, apprezzamento estetico, sorpresa, ansia, timore, imbarazzo, noia, calma, confusione, desiderio, disgusto, dolore empatico, incanto, invidia, eccitazione, paura, orrore, interesse, felicità, nostalgia, amore, tristezza, soddisfazione, desiderio sessuale, empatia ed esultanza. Gli autori hanno creato una mappa interattiva molto interessante che potete trovare a questo link: https://s3-us-west-1.amazonaws.com/emogifs/map.html#modal

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[Foto di Andrea Piacquadio – Budapest, Hungary]

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L’età adulta e la crisi di mezza età: tra perdita e acquisizione

Lo sviluppo psichico non cessa con l’adolescenza ma prosegue, seppur in modo meno evidente, per tutto l’arco di vita. L’adulto, analogamente al bambino, ha una struttura psichica aperta al cambiamento e agli influssi ambientali, anche se tali cambiamenti sono meno rilevanti e sono, in rapporto a compiti e stimoli, molto diversi da quelli rilevanti per il bambino. Questa ristrutturazione (che interessa la percezione di Sè, l’identità, il mondo degli affetti, il modo di comprendere e di ragionare, lo stile di reazione e la condotta, la percezione) prosegue per tutta la durata della vita, ma ha momenti critici e fasi di accelerazione che sono determinati da eventi particolari. Si tratta di eventi che segnano delle “biforcazioni” nel percorso vitale, , o dei “punti di non ritorno”.

Questi eventi, che costituiscono le tappe dello sviluppo adulto, sono, per esempio, l’inizio del lavoro, la scelta della coppia e del matrimonio, la nascita di un figlio, la morte dei genitori, l’uscita di casa dei figli resisi ormai autonomi, il pensionamento. Ciascuno di questi passaggi trasformativi è allo stesso tempo un evento di perdita ma anche di acquisizione.

Come l’adolescenza si è rivelata un campo di battaglia a causa della ambivalenza tra la tensione a crescere nell’autonomia e il rimpianto per la perdita dell’infanzia così, di fronte ad ogni evento trasformativo, anche l’adulto tende a rivivere lo stesso dilemma e la stessa ambivalenza. In genere questo vissuto è meno drammatico e conflittuale che nell’adolescente, perchè la struttura psichica dell’adulto è più solida o perchè l’adulto ha difese più collaudate di quelle dell’adolescente.

[Canestrari, Godino. Trattato di Psicologia]

(Foto di Felix Mittermeier)

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Depressione e anedonia

Per una diagnosi di depressione devono essere presenti almeno 5 tra i sintomi elencati in figura1; di questi, uno deve essere UMORE DEPRESSO e RIDUZIONE DEGLI INTERESSI. Gli altri sintomi sono variabili, costituendo dei quadri che sono diversi da paziente a paziente. La qualità di vita risente degli episodi depressivi e, a volte, anche quando si sono risolti la maggior parte dei sintomi depressivi, rimane un difetto di qualità di vita (fig.2). l’obiettivo è dunque duplice: eliminare tutti i sintomi di depressione ma anche riportare il paziente ad una adeguata capacità di funzionamento e ad una buona qualità di vita (attraverso la psicoterapia).

Nella depressione è presente la cosiddetta ANEDONIA, correlata all’umore e che rappresenta l’incapacità di provare piacere; diverso è l’APPIATTIMENTO AFFETTIVO, dove il paziente è indifferente e incapace di provare sia emozioni positive, sia emozioni negative. In questi casi i pazienti depressi si raccontano come “anestetizzati”.Nella fig.3 è riportata la scala di SHAPS che, che tra gli altri strumenti, valuta il piacere chiedendo cose semplici e quotidiane ma aiutando a capire qual è la capacità di provare piacere del paziente.

(Andrea FagioliniProfessor of PsychiatryUniversity of Siena,Siena, Italy)

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Il disturbo dello spettro autistico

Quali sono i segni del disturbo dello spettro autistico? A che età si può avere una diagnosi? Qual è la causa dell’autismo? C’è una relazione tra vaccino e autismo? Esiste una cura?

Queste sono alcune delle domandi che più frequentemente si pongono i genitori; proviamo a fare chiarezza con l’aiuto di alcune indicazioni del Prof. Vicari (Neuropsichiatra infantile, dirige l’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma).

✔ Quali sono i segni dell’autismo?I segni dell’autismo riguardano una compromissione generalizzata, in particolare della comunicazione e dell’interazione sociale, dei comportamenti, interessi e attività che si manifestano in maniera ristretta, ripetitiva e stereotipata. Vi è una compromissione dell’attenzione condivisa (ovvero, quando si indica qualcosa con il dito e il bambino non segue l’indicazione e non partecipa al gioco). Si stima vi sia un caso ogni 59 bambini e che sia molto più frequente nei maschi, con un rapporto di 4:1

✔ A che età si può avere una diagnosi?Alcuni segni di rischio sono evidenti già dopo il primo anno di vita del bambino ma la diagnosi è certa a tre anni circa. Prima dei 3 anni possono esserci i comportamento di rischio ma non risultano essere stabili e alcuni bambini possono recuperare prima dei tre anni in modo molto importante. Dopo i tre anni, invece, il bambino tende ad assumere comportamenti cronici.

✔ Qual è la causa dell’autismo?Ci sono molti fattori che intervengono nella strutturazione del disturbo; fattori biologici/genetici a cui si sommano i fattori ambientali. L’aspetto legato alla genetica sembra essere molto rilevante poichè è stato dimostrato che nel 20/30% dei casi possono esserci microduplicazioni o microdelezioni che sono caratteristiche dello spettro autistico. (Si pensi anche che la probabilità che una coppia che ha già concepito un bambino con il disturbo dello spettro autistico, ha una percentuale del 18% di concepire un secondo figlio autistico). Nella figura 1 ci sono alcune delle cause che nel tempo sono state individuate (dal 1943 al 2016); tra queste ancora oggi sembrano fare la loro parte l’assunzione di farmaci durante la gravidanza , l’avanzata età paterna, il basso peso alla nascita (fattori che da soli NON sono sufficienti ma che possono concorrere, insieme ad altri).

✔ C’è una relazione tra vaccino e autismo?Alcuni genitori notano una regressione, nei comportamenti dei loro figli, in coincidenza con il periodo della vaccinazione; molti studi hanno dimostrato essere una coincidenza temporale poichè è proprio nel periodo delle vaccinazioni (in termini di età) che abbiamo visto manifestarsi i primi segni sospetti del disturbo dello spettro autistico. Le coincidenze temporali non sono coincidenze causali, ovvero non significa che un evento provochi l’altro.In particolare, uno studio del 2019 su una prestigiosa rivista (Annals of Internal Medicine, Fig.2), svolto su 50.000 bambini in Danimarca (seguiti per tre anni e suddivisi in due gruppi: uno con bambini vaccinati e uno con bambini non vaccinati) ha dimostrato che i bambini autistici vaccinati non erano in numero predominante.

✔ Esiste una cura?Esiste un trattamento intenso e costante che deve svolgersi non solo nel centro di riabilitazione, ma anche con insegnanti e genitori. Più precoce è l’intervento, maggiori sono le possibilità di importanti miglioramenti nella qualità di vita

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il trauma transgenerazionale: i traumi si possono ereditare?

Il trauma transgenerazionale è un trauma che si può trasmettere da genitore a figlio. Sembra incredibile ma alcune ricerche ci confermano tutto ciò. Ma come è possibile che un trauma vissuto da un genitore, molto tempo prima, possa lasciare tracce nel figlio?Proviamo a fare chiarezza. Innanzitutto non è “scontata”, né “automatica” la trasmissione del trauma; molte ricerche ancora oggi sono in corso e molte altre hanno dimostrato che non sempre questo avviene. Ad esempio, in uno studio di Sagi-Schwartz et al. del 2003, condotto in Israele su una popolazione di Sopravvissuti all’Olocausto, figli di sopravvissuti all’Olocausto e nipoti di sopravvissuti all’Olocausto, ha dimostrato come Il trauma non sembrava trasmettersi attraverso le generazioni. Un altro studio di Giladi e Bell del 2012,condotto nel Nord America su figli americani/canadesi di sopravvissuti all’olocausto e nipoti di sopravvissuti all’olocausto, al contrario, ha dimostrato come la prole e i nipoti dei sopravvissuti all’olocausto hanno riportato uno stress da trauma secondario significativamente più elevato rispetto al gruppo di controllo (coloro che non avevano genitori/nonni vittime dell’olocausto).Questo non avviene perché la scienza ha risposte contraddittorie, bensì perché la domanda non è tanto SE vi è traumatizzazione della prole (a seguito del trauma genitoriale) ma su QUALE prole e su COME questa è influenzata dal trauma genitoriale.In altre parole, la variabile AMBIENTE diventa fondamentaleLa teoria dell’apprendimento, infatti, ci ha spiegato già molto fa come alcuni atteggiamenti si apprendano nelle relazioni famigliari e ci ha aiutati quindi a capire cosa può vivere un figlio di genitori traumatizzati (comportamenti ansiosi, allert apparentemente inspiegabili, disturbi ossessivi ecc), un po’ come se ci fosse “un’educazione compromessa dal trauma”. È necessario considerare anche gli effetti della narrazione del trauma vissuto da genitori/nonni oppure il suo assoluto segreto e silenzio. Oltre questa variabile di ambiente/apprendimento, anche la genetica ha il suo ruolo. Molte ricerche hanno dimostrato che esistono anche dei “segni biologici” del trauma che possono essere quindi trasmessi ai figli. COME?Dobbiamo aprire una parentesi sull’epigenetica. Sappiamo che abbiamo in eredità dai nostri genitori il materiale genetico che ci caratterizza e che ci distingue da ogni altro individuo (ad esempio, il colore degli occhi ma anche la nostra predisposizione ad alcune malattie). Queste nostre caratteristiche uniche, vivono con noi in un ambiente specifico e con le nostre specifiche abitudini (mare, montagna, freddo o caldo, cibi che mangiamo ecc) e subiscono influenze e trasformazioni. Gli eventi che viviamo attivano/disattivano meccanismi che producono cambiamenti. L’epigenetica studia esattamente questo, come l’ambiente circostante influenza l’attività dei geni (cioè il nostro patrimonio genetico), senza che il nostro DNA subisca trasformazioni. COSA E’ SUCCESSO AI MIEI GENITORI/NONNI DI FRONTE AL TRAUMA?Il nostro asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene è deputato alla risposta allo stress poiché è vulnerabile all’ambiente. In presenza di un evento traumatico, l’asse produce in modo continuo ed alterato gli ormoni stereoidei (cosiddetti glucocorticoidi); alti livelli di questi ormoni, riducono il funzionamento di alcuni neuroni, producendo effetti negativi anche sul sistema immunitario e ne iperattivano altri (quelli dell’amigdala e del tronco encefalico). Il nostro asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene è tra i più colpiti dall’esposizione ad un evento traumaticoL’alterazione del cortisonolo, assieme ad altre alterazioni biologiche che appaiono di fronte ad un forte stress/evento traumatico,(Catecolamine, Serotonina ,GABA, Neuropeptide Y) porta a modifiche strutturali di varie aree cerebrali (come l’ippocampo o l’amigdala) che provocano a loro volta la cascata di sintomi tipici del PSTD (ipervigilanza, iperattivazione, associazioni di paura, flashback).È qui che l’ambiente circostante (situazione in cui si è vissuto il trauma) può portare a modificazioni strutturali nell’individuo. IL TRAUMA SI PUO’ TRAMANDARE?Le modificazioni strutturali si possono quindi tramandare. Gli studi hanno dimostrato che i figli di genitori con un disturbo post traumatico da stress cronico, presentano livelli di cortisolo più bassi rispetto alla media, pertanto sono più inclini a sviluppare un disuturbo post traumatico da stress in risposta ad un loro evento traumatico; livelli di cortisolo alterati, secondo alcuni, influiscono anche sui ritmi cronobiologici dell’individuo (ovvero i nostri ritmi nel corso della giornata, influenzati soprattutto dall’alternanza di luce/buio). Allo stato attuale la scienza non ha ancora dimostrato in modo conclusivo la trasmissione epigenetica degli effetti del trauma nell’uomo.Tuttavia, i risultati in modelli animali che implicano meccanismi epigenetici nella trasmissione degli effetti dello stress, fanno pensare alla possibilità che meccanismi simili possano operare negli esseri uman

i.#trauma#epigenetica#traumatransgenerazionale#biologia#psicologia#psicoterapia

(Giladi L, Bell TS. Protective factors for intergenerational transmission of trauma among second and third generation Holocaust survivors. Psychol Trauma. 2012;5(4):384–91) (Sagi-Schwartz A, Van Ijzendoorn MH, Grossmann KE, Joels T, Grossmann K, Scharf M, Koren-Karie N, Alkalay S. Attachment and traumatic stress in female Holocaust child survivors and their daughters. Am J Psychiatry. 2003;160(6):1086–92)

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DEPRESSIONE POST PARTUM PATERNA:ESISTE E NECESSITA DI ATTENZIONE

Spesso nella mia attività clinica mi sono state inviate in studio donne affette da depressione post-partum e, frequentemente, è capitato di rilevare anche una depressione paterna post parto.

Le ricerche concordano sulla maggiore vulnerabilità delle donne nel post parto, da 6 mesi fino ad un anno dalla nascita, con punte del 41% nei paesi a basso reddito. E’ un fenomeno che merita attenzione (soprattutto se consideriamo che circa il 50% delle depressioni materne post parto non arrivano alla diagnosi); tuttavia sono state svolte oltre 20.000 ricerche sul tema, contro qualche decina di quelle effettuate per indagare e comprendere la depressione paterna. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization, 2003) ha sottolineato che la depressione si configura come la prima causa di psicopatologia per le donne di età compresa fra i 15 e i 44 anni e la terza causa per gli uomini della medesima fascia d’età.

Le ricerche più attuali hanno suggerito che la gravidanza e il parto innescano sintomi depressivi non solo nelle donne ma anche negli uomini. In Italia rilevante è stata la ricerca svolta da Currò e colleghi nel 2009 che ha effettuato la misurazione della depressione post parto su un campione di 499 padri e 1122 madri con la Edinburgh Postnatal Depression Scale (EPDS) sottolineando il ruolo che il pediatra può svolgere nel riconoscere la depressione post partum all’interno della coppia effettuando lo screening non soltanto nei confronti della madre, ma anche nei confronti del padre con un semplice strumento Dalla ricerca è emerso che alla prima visita il 26,6% delle madri e il 12,6% dei padri ha riportato un alto punteggio all’EPDS mentre, alla seconda visita, il 19,0% delle madri e il 9,1% dei padri, ha riportato un risultato al test che segnalava il rischio della malattia depressiva. Pertanto la Depressione Paterna (PD) è comune nella popolazione media. Utilizzando un semplice strumento standardizzato come l’EPDS, i pediatri sono in grado di rilevare i genitori con più alto rischio di andare incontro a PD (depressione paterna).(Cicchiello S. “La depressione perinatale materna e paterna.Fattori di rischio, aspetti clinici e possibili interventi”. Rivista Psicoterapia in-formazione, anno 2015)

Auspichiamo in maggiori ricerche e nell’attenzione dei pediatri (e di altri professionisti che entrano in contatto con i neo genitori) sul disagio paterno, oltre a mantenere alta l’attenzione sulle madri. La depressione post parto paterna esiste ed ha bisogno di essere riconosciuta per il benessere del singolo, della coppia genitoriale e del bambino.

[immagine dal web]

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